di Muddy
Silenzio. L’aria è densa: sembra quasi solida da potersi afferrare ed impastare. Mille goccioline affollano lo spazio e non lasciano sbocchi, se non per la luce.
È fioca e diffusa: squarcia l’aria in qualche punto, bianca. Cerca come di aprirsi la strada con forza, ma solo in alcuni punti riesce a toccare il suolo.
È di chiazze aride e desolate di terra secca e assiderata. Ogni tanto spunta qualche filo: si ammucchiano, tendono a riunirsi, come per scaldarsi e farsi coraggio. Ma il loro colore non è vivo: sono sottili e bianchicci. Vengono piegati di lato tutti allo stesso modo: ogni tanto da qualche folata che scrolla loro di dosso la patina di ghiaccio che li ricopre.
Un solo scheletro, secco e nero; il freddo lo spacca. Sembra, confuso e offuscato dalla nebbia, che si protenda. Si muove. Si deforma una piccola gobba nera, che trema un po’ e basta. Vola via. Lo scheletro torna nella sua inquietante immobilità.
Dal niente esce lontano e lieve un cappello. O almeno pare. È a tesa larga, sottile e si avvicina. Flebile compare qualcosa sotto: dal cappello si stringe man mano verso il basso, come un lungo triangolo, fino a sparire nella nebbia che copre lo strato di foglie a terra. Pare non la tocchi , verrebbe soffiato via se non ci fosse il filo.
C’è un filo sottile o forse no. Parte dalla sagoma sotto il cappello e sparisce anch’esso nel nulla del terreno. Il cappello e il filo sono ora più vicini. Si allungano, si ingrandiscono. Forse qualcosa si muove al termine del filo. Turba l’aria, non è costante come il cappello. Incita il filo di qua e di là, impaziente. Le due forme non si spostano più adesso. Ferme, si confondono con l’aria. Cominciano a divenire più piccole. Il bianco ormai scherza con i loro contorni indecisi. Ancora più piccole. Minuscole. Un punto. Nulla.
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