L'angolo degli autori:    Racconti
     
 
Il Circo
di  Muddy

I
Quando uscì dalla stanza, Ethan Philson si sentiva sollevato. Non solo aveva avuto l’incarico, ma il capo gli aveva anche fatto i complimenti per la sua precedente prestazione. Assolutamente fantastico, si diceva tra sé appena uscito dalla Robson & Company, ma dopo qualche minuto si accorse di essere terrorizzato. Non riusciva a capacitarsi che il giorno dopo sarebbe stato lui la vittima. Già, la vittima in quel grande spettacolo che stavano organizzando ormai da sei mesi.

Nel Circo George Aberle stava celebrando il suo ultimo Sacrificio sotto gli occhi esterrefatti di un milione di persone. Uomini, in prevalenza, ma c’erano anche molte donne, aveva notato prima di esporsi. Anche se erano ormai più di quindici anni che George faceva quel lavoro, prima di un’esibizione si sentiva sempre nervoso come fosse la prima volta. Sentiva un misto di tensione e paura: paura che non tutto filasse liscio, che ci fosse qualcosa di sbagliato in quello che aveva preparato, o che – la cosa peggiore che gli potesse accadere – si dimenticasse del Tap, come quella sera di trenta anni prima. Ma appena entrato in scena, appena le luci dello show convergevano su di lui tutti i timori svanivano per far posto a quella folle e criminale esaltazione di libertà che si prova quando si dettano le regole del gioco. Un milione di occhi, tutti quelli all’interno del tendone aspettavano solo un gesto del Grande Clown. “Questo è spettacolo”, e lo spettacolo era la sola cosa che lui sapesse fare.

Quando Jimmy D’Amico precipitò dal quindicesimo piano nessuno si accorse di nulla. È schiattato il boss, si mormorava, sarebbe potuto accadere. Ma non così facilmente: il grande Jimmy prendeva sempre le dovute precauzioni, non era uno dei soliti teppistelli di quartiere che vengono ammazzati alle spalle. Lui no. Era il solo superstite della strage di Harlan Street e anche il solo beneficiario del bottino. In quel giorno piovoso la polizia aveva sparato sulla banda senza preavviso, senza rispettare le regole. Markus Aberle, capo del dipartimento, aveva deciso di truccare le carte. Ma non era riuscito a chiudere la partita neanche in quel modo: aveva ucciso tutti i suoi compagni, ma non era riuscito a beccare Jimmy D’Amico. Egli si era trasferito ad Amsterdam gettando una vita di miseria alle spalle. Nessuno sarebbe mai riuscito a fregare il grande Jimmy D’Amico. Ma fece l’errore di tornare a Brooklyn. Diceva di avere nostalgia, e poi, dopo trent’anni, cosa poteva accadere? Ma Markus Aberle non aveva scordato nulla. Si, era stato lui a gettare il boss dal terrazzo, dopo averlo colpito con una pallottola alla schiena e una alla nuca. Il grande Jimmy era stato ucciso alle spalle, come un teppistello di quartiere.

II
Esausto dalla giornata e sdraiato sul divano di casa sua, Ethan Philson rifletteva sul Circo. Già, ormai era entrato in quel grande mondo illuminato e variopinto che si chiamava spettacolo. Rifletteva sul Circo e sulla sua principale attrazione, il Sacrificio. È strano come tutte quelle persone si accalchino ogni volta ai botteghini, con l’unico scopo di spendere la retribuzione di due mesi per assistere ad un numero macabro, violento e disumano come quello. Nel numero del Sacrificio l’assoluto protagonista è il Grande Clown, al centro di un vortice di luci, colori, sangue, lame, fuoco, tuoni, urla, rumori, e poi gli occhi della gente: gli occhi della gente sono spalancati malvagi e iniettati di sangue, sono milioni, miliardi diabolicamente rapiti dal centro del tendone nel vortice satanico delle luci per soddisfare la sete di sangue al momento più atteso e più intenso: quello dell’uccisione. Il Grande Clown, boia torero maledetto demonio. Il colpo definitivo sul maciullato ma ancora vivo corpo della vittima. La Spada Nera, lunga e puntuta che penetra e trapassa il cuore con maledetta violenza, e poi sangue: sangue che sgorga sprizza zampilla dappertutto sipario.

George Aberle si risvegliò in una pozza di sudore. Un altro incubo, di quelli che lo perseguitavano ormai da trent’anni. Aveva di nuovo sognato la sua vita, la sua infanzia per strada, piena di sporcizie e poi alla soglia dei suoi 15 anni l’esordio nel Circo, la vita che cambia, la ricchezza, la celebrità, le luci della ribalta. Grande Clown a 22 anni, il sogno di una vita. E poi una vita da sogno fino a quella serata di trenta anni fa. Il Tap è la sola e l’infallibile sicurezza che permette alla vittima di esercitare il suo ruolo nello show. E in quella serata di incubo George scorda il Tap. Successo assoluto, una delle più intense prestazioni del Grande Clown dall’inizio della sua carriera. Certo, intensa. Intensa perché reale. Violenza, maciullamento, uccisione: tutto reale senza il Tap. E poi Markus che fa il suo dovere di fratello maggiore, mantiene la lucidità, usa tutto il suo potere nella città per non far trapelare nulla. Lo spettacolo deve andare avanti, e il Grande Clown continuerà ad esibirsi come se nulla fosse accaduto, ma da quel giorno tutto cambia. E dopo trenta anni George Aberle decide di smettere. Forse perché vecchio, forse perché gli incubi sono ritornati, forse per Markus, probabilmente perché stanco di uccidere.

Therese, la figlia del droghiere del porto, mise il colpo in canna spaventata. Era nella sua stanza con le lacrime agli occhi. Nella sua stanza da tre ore, ormai. Papà le aveva detto di restare lì per un po’, poiché doveva sbrigare un affare con un cliente. Ma Therese sapeva di che cliente si trattava. Era quell’uomo cattivo che ogni tanto ricompariva in casa loro, come un avvoltoio. Entrava dalla porta del negozio con aria minacciosa e, senza dire nulla, superava il bancone per entrare nel retrobottega, facendo cenno al padre di Therese di seguirlo. E lei saliva in camera sua, da dove si vedeva tutto il porto. Da lassù sentiva urla e minacce, e aveva paura. Tutto era cominciato sei mesi addietro, quando il papà le aveva detto che avevano dei problemi finanziari. Se ne è andata la mamma – diceva - e il negozio non va molto bene, Therese. Per questo dobbiamo chiedere aiuto a qualcuno. All’inizio quell’uomo era gentile con papà, ma poi cominciò ad urlare. Therese sentiva tutto. E veniva sempre più spesso quell’uomo, urlando sempre di più. Da due mesi, ormai.
Quel giorno pioveva, e Therese sentì un colpo, e poi silenzio. La ragazza dentro di sé avvertì un freddo agghiacciante, e capì subito con orrore ciò che era successo. Non riuscì a piangere, sentiva mancarsi il respiro. Senza esitare un attimo salì in soffitta, gli occhi allucinati, e con mani tremanti aprì il baule e prese il fucile. Sentiva solo rabbia ora, le tempie gli martellavano e allo stesso ritmo il sangue le oscurava la vista. Aveva voglia di urlare, ora, di sfogarsi, di prendersi una rivincita sul mondo. Implacabile si recò alla finestra e puntò il fucile sull’uomo che in quel momento stava allontanandosi dal negozio. Le mani non le tremavano più, ora. L’uomo al centro del mirino era Markus Aberle.

III
Era giunto il gran giorno. Dietro il sipario Ethan Philson cercava di tenere sotto controllo la sua emozione. Avevano provato il numero per giorni e giorni e Ethan ormai era sicuro di avere imparato la sua parte alla perfezione. Aveva lavorato bene con George Aberle. Il Grande Clown era un uomo socievole, simpatico e disposto ad insegnare con passione. Quei giorni di preparazione erano volati e Ethan aveva atteso quel momento con trepidazione. Tutto era pronto: le luci, gli effetti, il trucco, il costume, il Tap. Il Tap però non era pronto perché George Aberle lo aveva scordato. Quel giorno Ethan Philson morì soffrendo come un cane. Sotto gli occhi del pubblico fece la sua straordinaria interpretazione. L’ultima.

Erano le tre di notte quando George Aberle decise di tornare per l’ultima volta nel tendone del Circo. Erano passati tre giorni da quello che era stato l’ultimo spettacolo della sua lunga carriera e l’allestimento per lo show non aspettava altro che di essere smontato. Il Grande Circo si ritirava con lui. Il tendone era buio e la sua maestosità era messa in rilievo dal silenzio degli spalti vuoti. Faceva quasi paura: così freddo e indifferente a George Aberle sembrava di non poterlo più controllare, come non poteva più controllare la sua vita. Accese un faro che tagliò l’oscurità in diagonale e si arrampicò sulla scaletta che portava alla terrazza rialzata. L’età cominciava a farsi sentire: George Aberle si affaticò a trascinare su il suo peso e, arrivato in cima, si fermò un attimo a riprendere fiato. Si ricordò di quando era salito per la prima volta sulla terrazza; era stato durante la sua prima esibizione in veste di Grande Clown: nonostante fosse solo a dieci metri da terra, a George era sembrato che da quella posizione avesse potuto dominare il pubblico e tenerlo in pugno come fosse stato su una torre irraggiungibile. Ebbe quasi l’impressione di essere vicino al punto di vista di Dio. Ora, trent’anni dopo, George Aberle era di nuovo sulla terrazza, ma sentiva solo disperazione e rimorso. Si avvicinò alla balaustra, guardò giù: il terreno sembrava lontanissimo. Dopo un po’ iniziò a piangere, capendo che non avrebbe mai avuto il coraggio di buttarsi di sotto.
I giornali scrissero che George Aberle, dopo essersi ritirato, comprò un ranch in Nuova Zelanda e andò ad abitarvi. Non scrissero che andò ad abitare laggiù per trovarsi il più lontano possibile dai ricordi. Morì un anno dopo stroncato da un cancro all’intestino. Gli incubi continuarono ad accompagnarlo fino alla fine.

Faceva freddo, l’aria umida del porto, tre di notte. Buio, Matt Monroe vedeva da lontano il faro sentendo sul suo cappello da cowboy delle goccioline di pioggia, le ultime di quella piovosa giornata. Nonostante i suoi pochi 24 anni, la sua corporatura esile tutt’altro che da vaccaio e il suo viso delicato alla Di Caprio, Matt Monroe non riusciva ancora a nascondere completamente le sue origini rurali. Infatti, da quando si era trasferito a New York lasciando il ranch della sua infanzia in Arizona, da quando aveva messo per la prima volta piede nella redazione del Daily Explorer deciso a mettere a disposizione il suo talento giornalistico in erba a favore di una testata della Grande Mela, i suoi nuovi colleghi gli avevano riservato una accoglienza non propriamente amichevole. Il suo timore reverenziale tipicamente contadino, i suoi modi gentili e la sua quasi patetica dedizione al lavoro non contribuivano certo a rendere migliore la situazione. Il fatto è che tutti i vecchi e disillusi reporters di una rivista così autorevole avevano un dannato timore di essere messi in ombra dalla giovane e determinata “new entry” , il cui spiccato talento cominciava già a mettersi in luce. E così dai 2 mesi che si era trasferito a Brooklyn per lavorare, Matt Monroe era costretto a subire insulti, indirizzati soprattutto alle sue origini villiche, e offese di vario genere contro cui però non aveva la forza d'animo e la fermezza per reagire. Così, in compagnia della sua ormai consueta malinconia, Matt Monroe passeggiava nel porto cercando di vincere un’insonnia che non lo lasciava dormire da qualche giorno. Si era alzata una densa nebbia vicino ai moli, che abbracciava e offuscava le luci delle navi in partenza. L’aria del porto era fredda e pungente, umida per la pioggia che si ostinava a spillare le ultime gocce della giornata. Anche nella mente di Matt Monroe c’era nebbia, una foschia dovuta alla stanchezza accumulata, che riduceva i suoi occhi a due fessure nelle chiazze nere delle occhiaie. Fu allora che sguazzando nelle pozzanghere del porto buio trovò, quasi inciampandoci, il cadavere.
Il giorno dopo sulla prima pagina del Daily Explorer, il pezzo di Matt Monroe titolava così: ”Ieri è morto Markus Aberle: New York non deve rendergli onore”.

Stesso autore
  Silenzio  
  La Stanza In Fondo Al Corridoio  
  Elena  
  Una Giornata Qualunque  
   
Scheda / Altri....
 
       
Altri autori
  L'afro  
  La Vis  
  Divisioni Di Mode  
  Bologna By Nigth  
  Baia  
  Amore Che Non C'è  
  Fascino Antico  
  Il Male Nudo  
   
Archivio....
 
       


Letture: 74     02-08-2001
ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso iMarche. L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.