di Muddy
“Chi è ‘sto Bernardino Floyd?”
Era questa la domanda che assillava la mia mente appena uscito dall’ufficio del vecchio Gennaro Floyd. E pensare che ci speravo in questo colloquio, e non c’è bisogno di dire che avevo maledettamente bisogno di quel lavoro. Stamattina Janet mi dice che se non mi prendono stavolta mi caccia di casa, maledizione, era proprio incazzata! (non dico che non abbia le sue ragioni, ma di questo vi parlerò in seguito). Il punto è che, uscito dal maledettissimo grattacielo della Bernardino Floyd Foundation, incazzato fino al midollo col mondo e in particolare con Bernardino Floyd, mi dirigo ad un fast food lì vicino (fate conto che è mezzogiorno e mezzo) con tutta l’intenzione di spararmi almeno due cheeseburger con patatine bagnati da un bicchierozzo di Coca-Cola. Faccio per entrare, e non potete immaginare chi mi ritrovo addosso: nient’altro che il vecchio Sam Scoppola che esce come una scheggia dal fast food con due McChicken sotto il braccio. Faccio appena in tempo ad accorgermi che si tratta di lui che mi ritrovo per terra con sopra il vecchio Sam che bestemmia come un animale. Non ho il tempo di insultarlo perché una biondina magrissima lo aiuta a rialzarsi e in un batter d’occhio i due sono dall’altra parte del marciapiede e a gambe levate risalgono la Ventiquattresima scartando i due McChicken, mentre dall’entrata del fast food un messicano vestito da pagliaccio McDonald sta imprecando, incazzato come un ape portoghese, contro Sam e la biondina che, quando mi sono rialzato, non riesco più a vedere lungo il marciapiede.
Cazzo, mi dico, se quello non era proprio il vecchio Sam Scoppola! E visto che ormai mi è passata la fame mando a quel paese il pagliaccio messicano che mi invita ad entrare e mi dirigo verso una cabina telefonica lì vicino con tutta l’intenzione di telefonare alla vecchia Janet per raccontarle di Sam, quando una lunga macchina nera accosta lì vicino e sento qualcuno chiamarmi. Arrivo accanto al finestrino aperto e Cecily con una mano mi avvicina il volto al suo e mi bacia velocemente sulle labbra. Poi mi dice di salire. Io naturalmente chiedo dove andiamo, ma visto che già so che la vecchia Cecily non mi risponderà, tanto vale entrare. Merda, ragazzi, voi non sapete nulla della vecchia Cecily! Non ci crederete, ma non si tratta d’altri che della sorella minore di quel bastardo di Sam Scoppola. Ai tempi dell’università eravamo usciti insieme un paio di volte con Cecily, ma lei è il tipo di ragazza che risponde solo quando le va, e questo, maledizione, è il genere di cose che mi manda in bestia, anche se lei è maledettamente carina con quei capelli rossi. Nella macchina c’è un odore di fumo che farebbe scappare via anche un branco di mammut con la dissenteria, e quando le chiedo perché non apra il finestrino, la vecchia Cecily mi dice che il sole le dà fastidio. In effetti credo di aver visto Cecily senza occhiali da sole solo in occasioni molto particolari, e non sto a spiegarvi meglio quali. Dopo i pochi convenevoli, le racconto la storia di Sam e del fast food col pagliaccio. Lei mi dice che lo stava appunto cercando, visto che quella mattina suo fratello era scappato dalla clinica senza un soldo, ed era probabile che si fosse cacciato in qualche altro guaio. Annuisco, conoscendo la predisposizione innata di Sam nel mettersi nella merda. La vecchia Cecily mi spiega anche che quella biondina magrissima Sam l’aveva conosciuta proprio alla clinica. Dovete sapere che Sam è in clinica da quando, all’età di venticinque anni, riempì di botte un impiegato di un ufficio postale perché gli aveva chiesto il codice fiscale. Evidentemente il vecchio Sam era riuscito a combinare un bel po’ di casino anche nella clinica. “Come sta Janet?”. Janet è la mia sorellina, di due anni più piccola di me, anche se non sembrerebbe da come si comporta. Il punto è che Janet è anche la mia coinquilina, ed è perennemente incazzata con me perché non pago la mia parte di affitto da sei mesi, e non fa altro che dirmi di trovare un lavoro (vi raccontavo prima che aveva minacciato di cacciarmi di casa). Cecily e Janet erano grandi amiche una volta, ma poi hanno litigato per non so cosa e ora neanche si salutano. Le ragazze. Voglio dire, a me piacciono e tutto il resto, ma a volte non fanno altro che litigare tra di loro.
Comunque, finisce che Sam non lo troviamo più e Cecily mi chiede di andare al cinema, alla proiezione delle due e mezzo. Mi piacciono le proiezioni delle due e mezzo, perché il cinema è quasi vuoto e non hai quello dietro che ti dice di non fumare. Puoi anche appoggiare le gambe sulla sedia davanti, se ti va.
Esco dal cinema e non faccio altro che sbadigliare, tanto il film era palloso. Ci rimettiamo in macchina con Cecily che non fa altro che parlarmi della maestria di Ingmar Bergman nel gestire i primi piani. Le ragazze sono fatte così, magari non ti parlano per mezz’ora di fila e poi ti fanno una conferenza sui primi piani di Ingmar Bergman. Io continuo a sbadigliare, ripensando al film. Sono quei film che potranno prendere tutte le palle possibili su ogni maledettissima recensione ma che, a vederli, farebbero meditare sul suicidio anche un naturalista New Age.
Cecily si ferma ad un bar, perché dice di avere sete. Mentre lei spilucca il suo bicchiere di Coca io mi scofano due tramezzini al tonno che non ho fatto pranzo. Finiti i tramezzini mi pulisco la bocca, e solo adesso mi accorgo che nel bar c’è una luce bassissima, si sta quasi al buio. È uno di quei bar arredati come negli anni ’50. Cecily non parla. Si è tolta gli occhiali ora e mi accorgo che i suoi occhi sono tristi. Pago il conto e lasciamo il buio del bar sul cui bancone rimangono un bicchiere di Coca quasi pieno e delle briciole di tramezzini. Fuori è il tramonto, e le palme della San Diego Riverside incorniciano un cielo arancione. Mi metto al volante dell’auto di Cecily e dopo un po’ che siamo partiti sento la sua testa appoggiata sulla mia spalla, e allora la accarezzo adagio. Poi cingo dolcemente Cecily con un braccio e forse la sento piangere, piano piano, mentre ci avviciniamo ad un sole arancio.
Poi non mi va più di raccontare. Non so a chi possa interessare questa storia né perché ho cominciato a scrivere di questa mia giornata, di Sam e di Cecily, di Janet e di Bernardino Floyd; so solo che ora non mi va più. È stata solo una giornata qualunque.
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